Lori lenti liberati in natura: lo studio rivela un esito tragico

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Rilasciare in natura i lori lenti salvati può essere fatale: lo studio che cambia le carte in tavola

Il rilascio in natura dei lori lenti salvati dal traffico illegale sembra, sulla carta, una bella storia di conservazione. Eppure una ricerca appena pubblicata sulla rivista Global Ecology and Conservation racconta qualcosa di molto diverso, e parecchio più crudo. Su nove esemplari di lori lento del Bengala (Nycticebus bengalensis) liberati in un parco nazionale del Bangladesh nordorientale, soltanto due sono sopravvissuti. Gli altri sette sono morti, nella maggior parte dei casi uccisi da altri lori già residenti nel territorio. Non proprio il lieto fine che ci si aspetterebbe.

La ricerca è stata condotta dalla primatologa Anna Nekaris, professoressa alla Anglia Ruskin University di Cambridge, insieme al gruppo di conservazione Plumploris e.V. e alla University of Western Australia. Il team ha dotato i nove lori lenti di radiocollari per seguirne gli spostamenti dopo la liberazione. Tre animali sono morti entro appena dieci giorni, altri quattro nei sei mesi successivi. Dei sette corpi, quattro sono stati recuperati e tutti presentavano segni inequivocabili di aggressione da parte di conspecifici: morsi alla testa, al volto, alle dita. Ferite inflitte con quei denti specializzati che rendono i lori lenti gli unici primati velenosi al mondo.

Perché il territorio è una questione di vita o di morte

Qui sta il punto che molti sottovalutano. I lori lenti sono animali estremamente territoriali. Quando un esemplare viene rilasciato in un’area già densamente popolata da altri individui, non trova un ambiente accogliente. Trova una trappola mortale, come la definiscono gli stessi ricercatori. È un po’ come trasferire qualcuno in un quartiere dove ogni casa è già occupata e nessuno ha intenzione di fare spazio.

Lo studio ha anche evidenziato un dato interessante: gli animali rimasti più a lungo in cattività tendevano a sopravvivere meno giorni dopo il rilascio. I lori liberati si muovevano di più e apparivano più vigili rispetto ai lori lenti selvatici, quasi fossero costantemente in allerta. I due sopravvissuti, peraltro, avevano percorso distanze maggiori rispetto a quelli deceduti, il che suggerisce che allontanarsi rapidamente dai territori già occupati sia stata la chiave per restare in vita.

C’è poi la questione del traffico illegale di animali. I lori lenti, con quegli occhioni enormi e quel musetto che sembra uscito da un cartone animato, sono tra i primati più trafficati al pianeta. Tutte le specie di lori lenti sono classificate dalla IUCN come in pericolo critico, in pericolo o vulnerabili. Questo significa che vengono frequentemente sequestrati e poi liberati come parte di programmi di conservazione. Il problema è che liberarli senza un piano solido può fare più danni che tenerli dove sono.

Ripensare le strategie di rilascio degli animali selvatici

La professoressa Nekaris non usa mezzi termini: dare per scontato che restituire un animale confiscato alla natura sia sempre positivo è un errore. Per specie altamente territoriali come i lori lenti del Bengala, serve molto di più. Servono valutazioni accurate del sito di rilascio, analisi della densità della popolazione residente, monitoraggio a lungo termine e protocolli di riabilitazione specifici per ogni specie.

Hassan Al-Razi, primo autore dello studio e responsabile del team di Plumploris e.V. in Bangladesh, ha sottolineato come il rilascio sia diventato una pratica sempre più comune nel paese, spesso eseguita scegliendo i siti per comodità logistica piuttosto che per idoneità ecologica. Alcune foreste, di fatto, sono diventate delle discariche per animali salvati. E non è un modo di dire.

Il paradosso è che per i grandi animali carismatici, come le tigri o i leopardi, il monitoraggio post rilascio è intensivo e costante. Per le specie più piccole, invece, si chiude troppo spesso un occhio. Gli esiti restano sconosciuti, e nessuno si pone troppe domande. Questa ricerca sui lori lenti dimostra che anche le buone intenzioni, senza una pianificazione rigorosa, possono trasformarsi nel peggior nemico della conservazione.

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