OpenAI vuole sfidare iPhone con uno smartphone, ma ecco perché non basta

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Lo smartphone di OpenAI contro iPhone: perché Apple può dormire sonni tranquilli

La notizia ha fatto il giro del web in poche ore: OpenAI starebbe preparando il suo ingresso nel mercato degli smartphone, con un dispositivo sviluppato insieme a Qualcomm, MediaTek e Luxshare. A riportarlo è stato l’analista Ming-Chi Kuo, figura rispettatissima nel settore, che ha parlato di un progetto capace di “ridefinire gli smartphone”. Sulla carta suona come una sfida enorme per Apple e per il nuovo CEO John Ternus. Ma a guardarci bene, le cose non stanno esattamente così. E i motivi sono parecchi.

Partiamo dal tempismo. Apple fa telefoni da quasi vent’anni. Samsung e Google pure hanno generazioni di utenti fidelizzati. Anche ammettendo che lo smartphone di OpenAI arrivi nel 2026, sarebbe già clamorosamente tardi. Ma Kuo parla addirittura di produzione di massa non prima del 2028. A quel punto, come qualcuno ha fatto notare con una certa dose di ironia, OpenAI potrebbe non esistere più nella forma attuale. E nel frattempo, la maggior parte delle aziende tech sta già ragionando su cosa verrà dopo lo smartphone, non su come entrare in un mercato maturo e affollato.

L’ecosistema conta più del singolo prodotto

Poi c’è la questione dell’ecosistema, che è forse il punto più sottovalutato. Apple non vende solo un telefono. Vende un’esperienza che tiene insieme AirPods, Apple Watch, Mac, Vision Pro, iMessage, Apple Pay, App Store e molto altro. Ogni pezzo si incastra con l’altro, e questo crea un effetto di fidelizzazione potentissimo. OpenAI, al momento, ha un solo prodotto attorno a cui costruire tutto: ChatGPT. Che è ottimo, sia chiaro. Ma ChatGPT è già disponibile su iPhone, sia come app sia integrato con Siri e Apple Intelligence. Quindi quale sarebbe il vantaggio esclusivo di comprare un telefono OpenAI?

C’è chi dice: le app sono morte, il futuro è degli agenti AI. E in parte è vero, per certe funzioni basilari come calendario, meteo, prenotazioni. Ma la gente continuerà a voler guardare serie in streaming, scrollare i social, giocare, seguire lo sport. Un agente AI non può sostituire tutto questo, a meno che non diventi semplicemente un modo più complicato per aprire le stesse app di sempre.

Il brand non basta a vendere hardware

Kuo sottolinea che OpenAI può contare sulla forza del suo brand e sui dati accumulati negli anni. Vero, ma solo in parte. ChatGPT come marchio è fortissimo. OpenAI come azienda produttrice di hardware, invece, non dice ancora nulla al consumatore medio. E la storia insegna che apprezzare un software non significa automaticamente voler spendere centinaia di euro per un dispositivo fisico dello stesso produttore.

Senza contare che ChatGPT, per quanto rivoluzionario, non è più l’unico modello AI sul mercato. Gemini, Claude e altri rivali crescono rapidamente, spesso sostenuti da aziende con risorse finanziarie enormi. L’intelligenza artificiale sta diventando sempre più una commodity. Perché legarsi a un telefono costruito interamente attorno a un singolo modello, quando si può avere un dispositivo che li supporta tutti?

Infine, vale la pena ricordare un dettaglio non secondario: OpenAI non voleva nemmeno fare un telefono. Il progetto originale, sviluppato con il designer Jony Ive, puntava su un AI pin. Dopo il flop di dispositivi simili come Humane, la rotta è cambiata verso lo smartphone. Ma un ripiego, per quanto ben mascherato, resta un ripiego. E nel mercato più competitivo del pianeta, partire senza convinzione non è esattamente la ricetta del successo.

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