Siri AI al WWDC26: promesse enormi, ma fidarsi è un altro discorso
La nuova Siri AI presentata al WWDC26 dovrebbe rivoluzionare il modo in cui si interagisce con i dispositivi Apple. Dovrebbe. Perché tra le promesse fatte sul palco e la realtà quotidiana di chi usa un iPhone, un Mac o un iPad, il divario negli ultimi anni si è fatto piuttosto ampio. E chi ha memoria lunga ricorderà bene cosa successe due anni fa, quando al WWDC24 venne annunciata Apple Intelligence con un assistente vocale contestuale che poi, semplicemente, non arrivò nei tempi previsti. Apple dovette persino risarcire gli acquirenti di iPhone 16 che si sentirono presi in giro. Un precedente che pesa.
Quest’anno la keynote ha avuto un sapore diverso dal solito. Niente portate ordinate con cura, niente struttura classica dove ogni sistema operativo ha il suo momento. Tutto era mescolato, quasi caotico. Il motivo? Apple non aveva poi così tanto da raccontare su ogni singolo prodotto. La vera protagonista era una sola: Siri AI, integrata trasversalmente in tutto l’ecosistema. E quando un’azienda dedica lunghi minuti a parlare di sicurezza dei minori, per quanto il tema sia sacrosanto, di solito significa che il resto del menu era un po’ scarno.
Cosa promette davvero la nuova Siri AI
Nelle demo, Siri AI ha fatto bella figura. Non si parla di un assistente vocale da fantascienza, nessuna funzione che faccia gridare al miracolo rispetto a quanto offrono già altri chatbot sul mercato. Ma rispetto alla Siri attuale, quella che tutti conoscono e che spesso fa venire voglia di lanciare il telefono dalla finestra, il salto sembra notevole. Apple ha insistito molto sulla maggiore accuratezza e soprattutto sulla consapevolezza contestuale: finalmente Siri dovrebbe ricordare cosa le è stato detto prima, tenere conto dei dati personali, delle informazioni a schermo, delle email e dei messaggi. Non si riparte più da zero a ogni domanda.
Per la prima volta, Siri avrà anche una app dedicata, dove ritrovare le conversazioni precedenti e riprendere il filo del discorso. Chi inizia una richiesta sul Mac in ufficio potrà proseguirla sull’iPhone mentre torna a casa. E poi ci sono le capacità agentiche, ovvero la possibilità di eseguire azioni su più app in sequenza, completando compiti articolati in autonomia.
I dubbi restano più grandi delle certezze
Tutto molto bello sulla carta. Ma i punti interrogativi sono enormi. Le demo erano davvero dal vivo o simulazioni curate nei minimi dettagli? Con le presentazioni registrate, ormai è impossibile distinguere. Poi c’è la questione europea: Siri AI non sarà disponibile su iPhone e iPad nell’Unione Europea al lancio, a causa del Digital Markets Act, e Apple ha ammesso candidamente che non esiste una tempistica per il debutto nel vecchio continente. Al momento funziona solo in inglese, con vaghe promesse di espansione linguistica senza date precise.
Anche sul fronte privacy la situazione non è cristallina. Parte dei dati verrà elaborata sui server di Google, e non è del tutto chiaro come verranno protetti. Apple dispone della sua tecnologia Private Cloud Compute, ma sembra non offrire prestazioni sufficienti. Potrebbe quindi entrare in gioco la piattaforma di “confidential computing” di Nvidia, una soluzione che però solleva qualche perplessità: è davvero all’altezza degli standard di riservatezza che Apple sbandiera da anni, oppure è semplicemente la scelta più comoda?
Siri AI arriverà “entro la fine dell’anno”, formula vaga che lascia aperta la possibilità di uno slittamento anche oltre il lancio di iOS 27.0. E partirà come beta, un dettaglio che tradotto dal linguaggio corporate significa: aspettatevi qualche problema. Gli sviluppatori possono già testare le funzionalità, ma solo iscrivendosi a una lista d’attesa.
Insomma, le premesse sono interessanti. Ma dopo la delusione di Apple Intelligence, chiedere fiducia cieca è un esercizio piuttosto audace. Stavolta, più che alle demo, conviene prestare attenzione a quello che succederà davvero quando Siri AI finirà nelle mani di milioni di persone reali.


