Siri AI non è Gemini: cosa c’è davvero sotto il cofano del nuovo assistente Apple
Siri AI è arrivato. Apple ha presentato la versione completamente rinnovata del suo assistente vocale, e il dibattito si è acceso immediatamente. Tra gli appassionati su X e Reddit, il verdetto è stato quasi unanime e piuttosto sbrigativo: si tratterebbe solo di una versione riconfezionata di Google Gemini, con un’interfaccia diversa e una voce nuova. Ma le cose stanno davvero così? La risposta, come spesso accade quando si parla di intelligenza artificiale, è molto più sfumata di quanto sembri a prima vista.
Tutto nasce dai rumor che per mesi hanno dipinto un accordo stretto tra Apple e Google, con tanto di comunicato congiunto a gennaio, volutamente vago. Poi è arrivata la WWDC, il keynote è passato, e di Gemini si è parlato a malapena. Craig Federighi, insieme a tre vicepresidenti Apple responsabili di Siri e dell’AI, ha chiarito i dettagli in una sessione tecnica riservata ai giornalisti dopo l’evento. E quello che è emerso merita attenzione.
I Foundation Model di Apple: cinque modelli, tutti nuovi
Partiamo dalle fondamenta. Apple ha costruito cinque Foundation Model di terza generazione, tutti dedicati a Siri e ad Apple Intelligence. Due girano direttamente sui dispositivi: AFM 3 Core, un modello da 3 miliardi di parametri, e AFM 3 Core Advanced, il più potente tra quelli on device, con 20 miliardi di parametri e un’architettura sparsa che ne attiva solo una porzione a seconda della richiesta. Quest’ultimo funziona esclusivamente su iPhone 17 Pro, iPhone Air, Mac con chip M3 e almeno 12 GB di RAM, o iPad con M4.
A questi si aggiungono tre modelli cloud: AFM 3 Cloud, ottimizzato per velocità e prestazioni generali; ADM 3 Cloud Image, dedicato alla generazione e modifica di immagini (quello che alimenta Image Playground, i genmoji e gli strumenti di editing fotografico come Clean Up, Extend e Reframe); e AFM 3 Cloud Pro, il modello più potente, pensato per ragionamento complesso e uso agentico degli strumenti.
Ecco il punto cruciale: i primi quattro modelli girano su Apple Silicon, dentro l’infrastruttura Private Cloud Compute di Apple, che garantisce crittografia end to end e cancellazione dei dati dopo ogni richiesta. Solo il modello più grande, AFM 3 Cloud Pro, gira sull’infrastruttura cloud di Google con GPU Nvidia, ma Apple ci tiene a sottolineare che anche lì valgono le stesse regole di sicurezza: calcolo senza stato, nessun accesso privilegiato, trasparenza verificabile.
Quindi Gemini c’entra oppure no?
Le parole di Federighi, lette con attenzione, dicono qualcosa di preciso. L’app, l’interfaccia, l’esperienza utente: niente di tutto questo è Gemini. I server non sono quelli che Google usa per servire Gemini ai propri clienti. La knowledge base non attinge a Google Search. Il codice client di Gemini non è presente in iOS. Come ha detto Federighi stesso: “La quantità di Google Assistant che utilizziamo è zero.”
Però, ed è un però importante, Apple non nega che i propri modelli siano stati addestrati anche con gli output dei modelli frontier di Gemini. In pratica, Apple è partita dal lavoro di Google, ha ricostruito e ottimizzato tutto per il proprio hardware, ha riallenato i modelli con dati proprietari, pesi e guardrail personalizzati. Il risultato è qualcosa di diverso, con prestazioni e comportamenti che non coincidono con quelli di Gemini su un Pixel.
Un’analogia che funziona bene: Apple usò Unix come base per Mac OS X oltre vent’anni fa. Ma nessuno direbbe che macOS è Unix. Allo stesso modo, Siri AI ha radici che affondano nel terreno di Gemini, ma quello che è cresciuto sopra è un prodotto Apple a tutti gli effetti. È una strategia che Cupertino conosce benissimo: partire dal lavoro di qualcun altro per costruire qualcosa di proprio, fino a renderlo irriconoscibile rispetto al punto di partenza.


