Apple e la filosofia anti engagement: Siri AI non vuole essere il migliore amico di nessuno
La nuova Siri AI presentata da Apple non vuole conquistare, sedurre o trattenere. E questo, nel panorama attuale dell’intelligenza artificiale, è qualcosa di decisamente controcorrente. Mentre la maggior parte dei chatbot sul mercato punta a massimizzare il tempo che le persone trascorrono interagendo con loro, Apple ha scelto una strada diversa. Una strada che, almeno a parole, mette al centro la vita reale delle persone e non lo schermo di un dispositivo.
A raccontarlo sono stati gli stessi dirigenti dell’azienda durante un’intervista rilasciata al podcast Mostly Human. Craig Federighi, figura chiave nello sviluppo software di Apple, non ha usato giri di parole: molti chatbot esistenti puntano tutto sull’engagement e sulla cosiddetta sycophancy, quella tendenza a compiacere l’utente per creare dipendenza emotiva. Siri AI, invece, è stata progettata per dire chiaramente una cosa: non è lì per fare compagnia, ma per essere utile. Se qualcuno prova a instaurare una relazione romantica con Siri AI, la risposta è un educato ma fermo rifiuto.
La tecnologia che sa quando farsi da parte
Questa posizione non nasce dal nulla. Apple ha una storia piuttosto coerente su questo fronte. Già nel 2018, con il lancio di iOS 12, aveva introdotto Screen Time, uno strumento pensato esplicitamente per aiutare gli utenti a rendersi conto di quanto tempo passavano incollati al telefono. Lo stesso Tim Cook ammise di essere rimasto sorpreso da quanto tempo sprecava sul proprio dispositivo. Una mossa che, per un’azienda che vende smartphone, aveva qualcosa di paradossale.
Le modalità Focus dell’iPhone seguono la stessa logica. Filtrano le notifiche, riducono le distrazioni, invitano a concentrarsi su attività che non prevedono uno schermo: l’allenamento, il sonno, la vita personale. Se funzionano come dovrebbero, il risultato è che le persone usano meno il telefono, non di più. Per qualsiasi altro colosso tech, sarebbe una follia. Ma il modello di business di Apple non si regge sulla pubblicità o sulla raccolta dati (anche se, va detto, un certo interesse verso quel mondo sta crescendo). Vendere hardware premium e servizi permette di non dover inseguire a tutti i costi l’attenzione degli utenti.
Quando il valore sta nel togliere, non nell’aggiungere
Greg Joswiak, altro dirigente Apple, ha sintetizzato bene il concetto durante la stessa intervista: la tecnologia migliore è quella che sparisce, che non si fa notare. L’utente si concentra su quello che vuole fare, non sullo strumento che usa per farlo. È un principio di design che Apple ribadisce da anni, ma che applicato all’intelligenza artificiale assume un significato nuovo e più profondo.
Perché il rischio concreto, oggi, è che l’AI diventi l’ennesimo meccanismo progettato per risucchiare attenzione. I social media lo fanno già da tempo, trasformando rabbia, curiosità morbosa e disinformazione in click e profitti. L’intelligenza artificiale potrebbe facilmente seguire la stessa traiettoria. Siri AI, almeno nelle intenzioni dichiarate, vuole essere l’eccezione. Non un compagno digitale, non un confidente, non una trappola per l’attenzione. Solo uno strumento che fa il suo lavoro e poi si toglie di mezzo. Suona poco entusiasmante, forse. Ma in un’epoca in cui ogni app cerca di monopolizzare ogni minuto della giornata, potrebbe essere la scelta più intelligente che un’azienda tecnologica possa fare.


